LA RAGIONE DELL’UOMO È LA RAGIONE DELL’ORGOGLIO

Purtroppo quasi tutti i cristiani commettono l’errore di superbia del fariseo. Non sanno approfittare dell’esempio del pubblicano, che con un gesto di umiltà, ha annullato tutti i suoi errori. Il fariseo rispettava la legge di Dio, pagava la decima, digiunava, frequentava il tempio, però ha commesso l’ultima parte che ha annullato tutto il bene fatto. Pretendeva un riconoscimento per quello che faceva, si sentiva privilegiato, diceva infatti tra sé “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano”. Il pubblicano invece ha chiesto perdono: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. La superbia è ciò che il Signore più di ogni altra cosa non gradisce, mentre perdona i peccati che all’uomo sembrano più grandi. Stiamo attenti a non commettere l’errore del fariseo, per non far la fine dell’angelo più luminoso, con un semplice atto di superbia possiamo annullare tutti i sacrifici, le preghiere e le buone azioni. Cerchiamo di essere un po’ fariseo (prima parte) e un po’ pubblicano (seconda parte), per diventare intelligenti e scaltri come ha fatto il buon ladrone. Sperimentiamo il sentimento dell’amore per rendere esplosivo e gioioso ogni nostro gesto, per disintegrare il male e la confusione, senza rendercene conto. È attraverso la gioia del cuore che si possono cambiare le ingiustizie del mondo, perché tutte le azioni perfide fuoriescono dal cuore dell’uomo. Questa gioia non l’abbiamo ancora conosciuta perché facciamo in continuazione critiche, maldicenze, polemiche. San Paolo ci avverte: “Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose“. Abituiamoci a fare ciò che il Signore ci chiede, non ciò che riteniamo giusto.

SIAMO AMATI DAL NOSTRO AMORE VERSO IL PROSSIMO

Nel nostro cuore c’è un sentimento troppo materialista, sempre pronto a sostenere la nostra ragione che pretende di sapere quando in realtà non sa niente. Non siamo più disposti ad ascoltare, solo a commentare e criticare. Dobbiamo cambiare ciò che del nostro cuore non è conforme all’amore. Se riusciremo ad amare, sentiremo quanto è bello essere amati dall’amore che fuoriesce tra noi. Il Signore non ci dice di farci amare, ma di amare. L’amore che sentiamo di più è quello che fuoriesce da noi quando amiamo, non è quello dell’altro che non sempre riusciamo a percepire. Siamo amati da quell’amore che non desidera altro che rendere felice il prossimo. La gioia dell’amore e del rispetto fra di noi è ciò che Gesù e Maria desiderano tanto che riscopriamo. È la pregustazione della gioia del paradiso. Non pensiamo più solo a noi stessi, ma offriamo l’amore ed il perdono reciproco, mettendo da parte la nostra ragione e accogliendo le ingiustizie in silenzio, comprese quelle che non vorremmo accettare. Per consolare il cuore di Colei che, come una vera mamma, vive la sofferenza di tutti gli uomini. Riceveremmo di conseguenza tante grazie e non ci lamenteremo davanti al Signore, ma lo ringrazieremo per quello che ci ha fatto riscoprire. Possiamo togliere ogni ingiustizia dal nostro cuore, con l’amore, per far svanire tutto il male che c’è sulla terra. Non perdiamo tempo in cortei di disapprovazione e di dissenso che, come le nostre lamentele, servono solo a giustificare il nostro comportamento. L’offerta che faremo al Signore accettando l’ingiustizia, ci ripagherà con tanta gioia: quel boccone amaro diventerà un cibo prelibato, un nutrimento più dolce del miele.

SE LO SCREZIO FOSSE LA PROVA DEL SIGNORE?

Quando si è polemici e si critica, si è aridi, non si ha l’amore, non si è sereni, si vuole trascinare tutti nel proprio baratro. Chi è felice ha un’esplosione d’amore che supera ogni situazione, anche la più difficile, da rendere gioiosa la persona che sta creando problemi. Se prima di tutto c’è Dio e il desiderio di amare, tutto il male svanisce, tendiamo la mano a chi ci offende, offriamo un sorriso. Giustifichiamo il nostro prossimo, anziché accusarlo: “ho capito che non l’hai fatto apposta“. Dimostriamo di non rispettare Colui che ci ha creati, quando al primo screzio ci arrabbiamo e mandiamo tutti a quel paese. Può essere la prova che il Signore ci mette davanti, non l’infido che ci tira lo sgambetto. Invece di cogliere la provocazione, fermiamoci e chiediamoci se è il momento di meritarci la promozione del Signore, amando colui che ci offende. Non lasciamo trionfare l’orgoglio che ci fa reagire con rabbia. Prevale di più il nostro pensiero o la parola di Dio?